Visitare luoghi sconosciuti, esplorare palmo a palmo tutto ciò che mi circonda bello o brutto che sia, incontrate le genti più diverse, non sapere mai cosà potrebbe accadere domani; tutto questo fa dell'andar per il mondo la cosa che più mi da felicità. Ho viaggiato per il leggendario Tibet in sella alla mia inseparabile bicicletta e sono riuscito ad attraversato tutto da est ad ovest in solitaria. Più di 6000km sulla strada più alta del mondo e senza dubbio anche la più isolata. Il governo di Pechino non consente l'accesso al Tibet senza permessi speciali e scortati da guide cinesi, in più molte aree sono off limit per motivi militari. L'unica soluzione posibile è di entrarci via terra valicando l'imponente catena del Karakorum e poi cercare di eludere i numerosi posti di blocco che sorvegliano i confini. Se devo essere sincero non mi sarei mai immaginato una faticata del genere ne tanto meno un così grosso impegno psicologico. Il freddo, l'alta quota, la scarsità d'acqua e la fame hanno messo a dura prova mente e corpo. Inoltre ci ha pensato la polizia di sicurezza nazionale cinese a complicarmi ulteriormente le cose dandomi la caccia giorno e notte con l'ordine di arrestarmi e rimpatriarmi immediatamente. Il mio viaggio inizia nella leggendaria Khasgar, antica oasi sulla via della seta. Perdendomi tra i vecchi mercati della città faccio provviste e compro le ultime cose per completare il mio armamentario. Chiedo ingiro informazioni sulla strada verso le montagne e dove troverò i primi posti di controllo, i camionisti pakistani mi danno preziosi consigli. Con l'incoscente eccitazione dell'avventura comincio a pedalare una mattina di buon ora lasciandomi la civiltà alle spalle per adentrarmi nel deserto del Taklamakal alla volta dell'Himalaya. Le genti quì sono di etnia jugur di religione musulmana e la solidarietà che incontro lungo le strade è sorprendente. In breve tempo passo da temperature torride a rigide buffere di neve sui passi oltre i 5000m.
La quota non tarda a farsi sentire, ogni sforzo mi sembra centuplicato e giorno dopo giorno perdo energie che non riesco a recuperare. Pedalo per più di mille chilometri prima di arrivare ai confini del Tibet. Dopo diverse settimane in queste condizioni il mio fisico si è completamente aclimatato, la mente si è depurata degli inuitili pensieri e adattata alla vita selvaggia. Sono perfettamente cosciente di essere l’unico essere umano nel raggio di cinquecento chilometri, non posso tornare indietro a causa dei posti di blocco allertati dopo il mio passaggio e ho assoluto bisogno di rifornirmi di cibo, le mie provviste sono finite. Andare avanti è il mio mantra che ripeto all’infinito tutti i giorni. Si sviluppa in me una specie di simbiosi con la natura che mi circonda, mi sento quasi come a casa. Le notti sotto le stelle, i tramonti mozzafiato e pensieri sereni mi danno una quete interiore mai provata prima, oserei chiamarla felicità. Un giorno all’imbrunine, come la terra per Colombo, mi appare davanti una città nel mezzo del nulla, sono ad Ali il primo centro abitato dopo un mese di totale solitudine. Faccio rifornimenti e mi rimetto un pò in forze, sono dimagrito da far paura ma non mi sento stanco, anzi sprizzo energia ed eccitazione per il mio viaggio appena agli inizzi. Ora mi aspetta un’altro tratto massacrante fino a Lhasa. Sulle carte sembra addirittura facile arrivare fino alla capitale ma ben presto mi rendo conto che è tutt’altra cosa. Per evitare di essere scoperto lascio la strada e pedalo tra le praterie orientandomi con bussola e cartine. Gli animali più strani mi osservano passare; antilopi dalle corna lunghissime, cavalli selvatici e mandrie infinite di yak. Una mattina apro la tenda e tre lupi sono appolaiati li vicino a me, mi guardano di striscio e poi tornano sornioni a tener d’occhio i branchi di antilopi. Felicissimo di non fare parte della loro dieta aspetto terrorizzato che si allontanino e poi scappo in direzione contraria inpiedi sui pedali. Saranno anche stati mansueti ma meglio non calcare la mano con la natura.
Sono costretto a percorrere centinaia di chilometri sul letto di un fiume in secca e in più con un maledetto vento in faccia. Trenta chilometri al giorno sono troppo pochi, di questo passo non avrò mai provviste a sufficenza fino al prossimo villaggio. Fortunatamente incontro nomadi tibetani che insistentemente mi invitano nelle loro tende sfamandomi con litri di tè al burro e delizioso yogurt di yak. Con una piccola deviazione di qualche settimana decido di arrivare fino al campo base dell’Everest. L’impatto col turismo di massa mi sconvolge e dopo una lunga riflessione decido di tracciare una nuova rotta per evitare le zone troppo battute dagli occidentali che irrimediabilmente hanno deturpato l’integrità morale del popolo tibetano. Con eclatante sorpresa mi trovo a pedalare in uno scenario inimmaginabile serpeggiando tra immensi laghi salati e alti valichi spazzati da tormente. Se da uno di questi laghi sbucasse un serpente marino credo che ci farei poco caso, per mè già la reatlà quì mi sembra una fiaba. Gasato dalla scelta di questo itinerario mi affretto a raggiungere la città. Sono due ore che pedalo da quando ho letto il cartello “ benvenuti a Lhasa” ma della capitale del Tibet neanche l’ombra. Centri commerciali, negozi cinesi, bordelli e caserme. I primi europei che arrivarono in Tibet affermavano che si poteva vedere chiaramente l’imponente Potala da ogni punto della vallata, oggi le ciminiere delle fabbriche me lo nascondono, il progresso svetta più in alto della fede anche quì. Alla fine raggiungo la zona ancora sotto influenza tibetana, alberghetti economici e dormitori per le migliaia di pellegrini che ogni giorno visitano la città santa. Quei pochi pazzi che fino ad ora hanno eguagliato la mia avventura fanno terminare il loro viaggio in città per poi prendere la rotta verso sud fino all’accogliente Nepal. Per attribuire quindi al mio viaggio qualcosa di speciale decido di spingermi ancora oltre per altri 3500km verso zone quasi inesplorate e con severissime restrizioni. Dopo un paio di settimane a Lhasa riprendo la strada verso ovest con l’arrogante ambizione di voler attraversare tutto il Tibet fino alla regione cinese dello Yunnan. Notizie di tentativi falliti con l’arresto mi preoccupano non poco e l’aumento dei posti di controllo lungo questa strada la rende quasi invalicabile. Metto in atto una maniacale strategia per muovermi senza essere visto. Accampo di notte alle porte dei villaggi sorvegliati e al mattino presto passo i chekpoint col buio mentre tutti dormono, o quasi. Dopo mille chilometri e numerosi pericoli scampati vengo beccato mentre stò trascinando la bici sotto le sbarre. Scatta l’arresto e un infinito interrogatorio
Da quel che ho capito sono finito, devo tornare a Lhasa in pulman e fare un biglietto per il Nepal, solo allora mi ridaranno il passaporto e addio alla bici e tutte le mie preziosissime atrezzature. Dopo mezza giornata sul cigli della strada per aspettare stò benedetto pulman la pazienza dei cinesi finisce e mi lasciano andare non prima di aver pagato una ridicola tangente. Inforco la bici e credo di non aver mai pedalato così forte in vita mia per lasciarmi alle sopalle quel dannato paesetto. Sono di nuovo in gioco e stavolta un pò troppo euforico. A causa dell'eccessivo carico che mi trascino dietro e della penosa condizione delle strade il cerchione dietro si rompe e sono costretto a due giorni di bivaccho forzato per tentare di sistemarlo. Il danno è irriparabile ma in qualche maniera lo aggiusto sacrificando però il freno posteriore inutilizzabile sul cerchio spezzato. Ogni metro è un miracolo, mi aspetto che la ruota ceda da un minuto all’altro ma tutto regge come per magia. Scalo passi altissimi con la neve alle ginocchia. L’inverno è arrivato con un mese di anticipo e io ci sono nel mezzo. Tutto ghiaccia attorno a me e l’unico modo per bere è fondere la neve. Se mi fermo l’incessante tormenta cancellerà la strada almeno fino la primavera prossima, idem se tento di tornare indietro, tutti i valichi passati fino ad oggi sono chiusi. Pedalo anche quindici ore al giorno e sfuggo per un pelo alla morse del gelo. Perdendo quota le strada diventa un fiume di pantano dove le mie ruote affondano due spanne. Continuo la mia rotta barcamenandomi tra la gioia e la disperazione, spesso bivacco sul pantano che inevitabilmente ogni mattina si ghiaccia avviluppando tutte le mie attrezzature in una morsa inviolabile, sono costretto ad aspettare il sorgere del sole per poter librare la bici. Spingo per tre giorni in una palude di tristezza e sconforto ma il sole torna e posso finalmente rimontare in sella. La vegetazione si fà fiorente e la sera mi posso accampare su bei prati verdi riscaldandomi con un bel fuoco da boy scout. In un altro paio di settimane di cicloturismo su belle strade asfaltate arrivo a Kunming, alla fine del mio viaggio. Sono passati cinque mesi e seimila chilometri, ho visto cose che non pensavo reali, ho vissuto emozoni inspiegabili, ho pedalato coi lupi e ho visto dentro di me. Ma ora è tempo di tornare e di ricominciare un’altro sogno.