Arrivato in Thailandia, a Bangkok, ci metto qualche giorno per ritrovare la mia naturalezza di vagabondo ma l’Asia mette tutti a sui agio. Rotta approssimativa verso Nord e già dai primi giorni risulta evidente la mia scarsa preparazione fisica e il pietoso equipaggiamento che mi trascino dietro. La bici è troppo piccola e vecchia, si rompe sempre, tra tutti i nomi gloriosi che volevo darle alla fine l’ho chiamata “ferro vecchio”. Cominciano le prime salite, il caldo è insopportabile e le mie mappe sono troppo poco dettagliate. Dormo spesso nei boschi lungo la strada, la stanchezza si fa sentire e più di una volta penso di buttare via la bici e di trovare un passaggio per le isolette del sud. Incredibili segni mi invitano però a continuare e i tailandesi con la loro innata ospitalità fanno il resto. Visito le imponenti città tempio del glorioso Siam e trovo ristoro in numerosi templi buddisti.Fino ad ora l’avventura non è stata poi così selvaggia, strade sempre asfaltate e cibo a volontà ovunque. Tutto cambia quando attraverso il Mekong e mi immergo nella fitta vegetazione del Nord del Laos dove mi trovo a pedalare su piste deserte guadando corsi d’acqua con la bici in spalla. Dopo giorni incontro i primi villaggi dove vengo accolto da fiumi di bambini che mi corrono incontro gridando “sabaudi” che vuol dire semplicemente ciao ma nelle condizioni in cui sono è meglio del cibo e dell’acqua che non ho. Proseguo verso sud, scivolo silenziosamente in questo meraviglioso paese e resto continuamente stupito per le profonde differenze con la vicina Thailandia. Là il progresso, la globalizzazione e il materialismo sfrenato, qui le tradizioni più ancestrali, la spiritualità e il lento scorrere di un tempo palpabile.
E’ inutile dire che in quest’ultima realtà il mio essere si esalta. Tra viaggiatori si dice che “Il Laos non è un posto nel mondo ma uno stato della mente”, io lo provo ogni giorno. Il tempo scorre in modo surreale, tutto qui è più lento tranne la mia bici spinta sempre più forte dal mio ottimo umore. Ad ogni villaggio la storia si ripete, al mio passaggio tutti si fermano, i bambini come impazziti corrono con me sulla strada; ovunque solo immensi sorrisi. Percorro tutto il paese seguendo il Mekong fino al confine Cambogiano, qui il fiume si allarga a perdita d’occhio e più di 4000 isolette coperte di palme affiorano dal lento scorrere dell’acqua. In una di queste mi fermo per qualche settimana per far riposare il corpo, la mente non ne ha bisogno, è in estasi. Decido di andare in Vietnam lungo la strada Ho Chi Minh. Lascio con nostalgia dietro di me il quieto Laos e dal primo metro in questo nuovo paese mi accorgo che qui le cose cambiano ancora. Le persone non mi si avvicinano più per curiosità ma per chiedermi dollari, raramente incontro sorrisi, più spesso atteggiamenti di ostilità. Per un viaggiatore sentirsi indesiderato è profondamente avvilente, nonostante i numerosi tentativi non lego bene con i vietnamiti, d’altro canto la strada è pianeggiante e si mangia da dio. Si percepiscono le profonde ferite ancora aperte del drammatico conflitto che ha segnato questo paese; vedo nei vecchi lo sguardo fiero e orgoglioso degli unici che hanno saputo sconfiggere il nemico occidente, vedo nei giovani il desiderio di assomigliare a tutto quello contro cui hanno combattuto il loro padri.
L’inesorabile globalizzazione ha vanificato il sacrificio di tre milioni di vittime e trent’anni d’inferno, questa rabbia si percepisce nella gente; alla fine quasi capisco perché hanno smesso di sorridere. Pedalo lungo tutto questo sottile paese da Hanoi a Saigon ma la cosa che voglio di più è oltrepassare il confine per cercare un altro pezzo d’Asia. Sorrido di gusto mentre mi timbrano il visto d’uscita, spingo la bici attraverso la terra di nessuno, passa accanto ad un immenso monumento con falce e martello che inneggia al progresso, dall’altra parte mi accoglie una vecchia pagoda di bambolo: sono in Cambogia. Rimango da subito incredulo dinanzi a questo popolo così sereno è accogliente, sembra sia riuscito a cancellare tutte le immani follie commesse durante la dittatura di Pol Pot. Ancora centinaia di visi sorridenti mi accompagnano lungo le dolci piste pianeggianti che interrompono la monotona geometria dei campi di riso ora distese di terra spaccata dal sole. Il popolo Kmer sta pazientemente aspettando il monsone che con le sue inondazioni farà crescere il riso ma sposterà di nuovo le milioni di mine sepolte ovunque. La rotta mi conduce nuovamente in Thailandia ma dopo quattro mesi vissuti così l’impatto col turismo di massa mi sconvolge e decido di imbattermi nell’unico paese asiatico ancora immune dall’inevitabile globalizzazione: il Mianmar. Già all’aeroporto rimango senza parole quando l’intera sala d’attesa, hostess e guardie comprese, si mobilitano per aiutarmi a montare la bici. Trent’anni di dittatura hanno messo sotto vetro questo paese lasciandolo immutato come al tempo del dominio coloniale inglese.
Per un occidentale muoversi liberamente nel Mianmar è tutt’altro che semplice, ci sono numerose restrizioni imposte dai militari e molte sono le zone off-limits. Riesco sempre a cavarmela e ad andare ovunque solo grazie all’aiuto e l’ospitalità di questa meravigliosa gente. Dormo nei monasteri buddisti, ceno con famiglie che per l’occasione radunato il villaggio, mi nascondono sotto le merci delle carovane per passare i posti di blocco, mi danno cibo e acqua e un tetto sotto il quale dormire; vano è ogni mio tentativo di dare un prezzo alla loro ospitalità. Forse il Mianmar è davvero l’unico angolo d’Asia sfuggito all’inesorabile progresso; un mondo germogliato da un seme caduto sulle rocce che è cresciuto in un modo tutto suo arrangiandosi come possibile senza imparare da nessuno, dove ancora ciò che ha più valore lo si incontra negli occhi della gente, nei loro gesti silenziosi, e nella incredibile capacità di accogliere l’altro chiunque lui sia. È sconvolgente pensare che un popolo così grande non abbia mai conosciuto la libertà. E' ora giunto il momento di ritornare sereno ed eccitato alla normalità dei soliti giorni italiani, ma non per molto...